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Ferrara 12/07/2003

Recensione di Salvatore Sannino
Recensione di Andrea Astengo


Incanto e alienazione

Ci sono giorni importanti nella vita di tutti, giorni che restano dentro perché lasciano il segno e ci ricordano che è ancora possibile sognare. Per me questo 12 luglio è stato così. E’ cominciato presto questo giorno, all’alba, quando la sveglia mi ha fatto sobbalzare dal letto della mia casa di Napoli e mi ha fatto partire per Ferrara con la convinzione che io questa giornata non l’avrei dimenticata facilmente…
E’ presto quando arrivo al Castello Estense, sono circa le tre, il sole batte fortissimo in terra emiliana eppure c’è già gente: che parla, che dialoga, che discute e ammazza il tempo pensando a ciò a cui dovrà assistere. Non è il popolo di Mtv (quello assuefatto alla standardizzazione musicale del nuovo millennio), ma è un pubblico diverso: di persone che sanno che l’arte è tutto ciò che provoca emozioni vere, indelebili, che non si scalfiscono così facilmente e che non è sempre semplice capire, perché non è mai banale. Il tempo passa in fretta qui sotto al castello e finalmente alle 19.00 circa ci vengono aperti i cancelli e si entra tutti in piazza, il giorno sta per calare e dar spazio alla sera quando sul palco salgono i Low e iniziano a “scaldare” (o almeno ci provano…) i seimila spettatori, ma hanno un effetto diverso: quello di metterci tutti in trepidazione e di aumentare l’entusiasmo per quello che sta per accadere. Passano cinque minuti dopo le nove e trenta e la noiosissima musica reggae che arriva dal palco zittisce, le luci si spengono e il palco si popola di cinque persone (non rock star, ma persone…), parte “There There” e il pubblico comincia a tirar fuori tutto il suo entusiasmo cantando a squarciagola insieme a un Thom sorridente il primo singolo di “Hail to the thief”. Poi si bloccano le percussioni e l’atmosfera si incupisce leggermente, dopo il rumore di sottofondo la voce stridente e sofferta di Thom inizia a sussurrare “Are you such a dreamer to put the world to rights??…”, la sua faccia non è più sorridente. Parte “2+2=5”, citazione Orwelliana che ironizza sul potere dei pochi; sulla parte finale la piazza si infiamma, scatta il pogo, ed è rabbia quella che si legge sui volti dei ragazzi sotto il palco e che viene strozzata dall’incantevole regalo che Thom ci fa subito dopo, sedendosi al pianoforte e intonando dolcemente “Fog” (b-side di Amnesiac a molti sconosciuta): tutti zittiscono e si lasciano trasportare dall’incanto che si genera nell’aria…gli occhi di Thom (rigorosamente chiusi) sembrano sorriderci…
L’atmosfera continua ad essere rarefatta, impercettibile anche sulle note di una splendida “Morning bell”, che la batteria di Phil riempie di attesa mai sopita.
Il piccolo folletto Thom si alza dal piano e ci sorride, ci saluta e risponde ai mille “Grazie” che riceve dal pubblico, abbraccia la chitarra e parte l’atmosfera sospesa ma più “tangibile” di “Talk Show Host” arricchita da un arrangiamento che ne evidenzia gli accenti. Ferrara non riesce a prendere fiato, è ormai assuefatta, l’incanto si sta compiendo e a spiazzare tutti ci pensa una versione mozzafiato di “Kid A”, meno ostica e complessa dell’originale ma altrettanto spettrale e da pelle d’oca, l’elettronica incalza mentre la voce di Thom continua a emozionarci e ad essere in ogni istante sempre più ricca di sfaccettature…come nella splendida “Scatterbrain” che fa cantare tutti e ci mostra quanto può essere deliziosa la semplicita’ (“…Then any fool can easy pick a hole I only wish I could fall in…”). Le luci sul palco esplodono, il giro di basso incalzante ci invade: è il momento di “National Anthem” ed è il trionfo di Phil, Johnny, Ed e Colin che si sfrenano sui loro stumenti mentre Thom si poggia la mano sul cuore in posa Hitleriana, inizia il suo spettacolo: corre, si dimena, sembra inghiottito da una crisi epilettica e trasmette questo senso di inquietudine e rabbia anche a noi che ci dimeniamo ossessivamente ripetendo i versi della canzone. Le luci mai come ora hanno un effetto praticamente psichedelico che non si ferma neanche quando partono le prime note di “Backdrifts”, l’atmosfera è ancora accesa quando arriva un pugno al cuore a riportarci tutti sospesi a mezz’aria, tra la sottile bellezza della chitarra di Colin e della voce di Thom che sono protagoniste in “Sail to the moon”: è emozione, fortissima, sentita, portatrice di brividi…e quando sembra che tutto stia finendo, Thom abbraccia la chitarra acustica ed intona “Fake plastic trees”, è un tripudio: i fan di sempre sono eccitatissimi e non hanno quasi la forza di cantare, si lasciano trasportare dalle parole e dalle chitarre piano piano sempre più incalzanti… c’è ben poco di “finto” o di “plastica” in questa piazza e tutti sembrano saperlo.
Dopo la forte emozione di un pezzo rubato al passato, due pezzi di grande forza emotiva: “Go to sleep” suonata con il piglio da rockers anni settanta (soprattutto nella parte finale…) e la bellissima “Where I end and you begin”, manifesto dell’incomunicabilità nel nostro sempre più oscuro mondo globale. Ma le emozioni fortissime non sono ancora finite…Thom si risiede al piano e suona i primi accordi di “Pyramid Song”, allora Ferrara si inebria di poesia e di immagini dal sapore dantesco…non c’è tempo per fermare i brividi, tutto cambia velocemente e si passa a un’esecuzione letteralmente magistrale di “A wolf at a door” in cui Thom da’ prova di essere un grandissimo interprete e di calarsi completamente in ciò che fa…l’atmosfera surreale svanisce ed entra in scena una chitarra acustica che sembra rassicurante ma le note che partono sono quelle di una “Paranoid Android” tiratissima ed eseguita divinamente che fa pogare di brutto il pubblico scaldandolo per la successiva, altrettanto forte, “Idioteque”. Thom si scuote, balla, si dimena (“Ice age coming Ice age coming”), il pubblico canta ormai in delirio…e ad abbattere questo delirio ci pensa una “non rassicurante” ma piu’ che mai visionaria “Everything in its right place” che chiude la prima parte del concerto…i cinque vanno via, ma solo per poco…Ecco il primo bis: una ottima versione di “I will” subito seguita da una inattesa e perciò piacevole “The Bends”, rabbiosa più che mai come ai vecchi tempi. Basta poco e la piazza inizia a tremare a causa delle note basse: no, nessun guasto, è solo “The Gloaming”, un fortissimo pugno allo stomaco, viscerale, profondo, sussurrato e sibilante, ci inghiotte nella sua atmosfera cupa…Ma a portarci alla fine del primo bis è ancora una più che mai alienante versione di “How to disappear completely”, dolce come non mai, liberatoria, parabola di una non appartenenza a tutto cio’ che ci circonda…I nostri scendono di nuovo dal palco ma stavolta è praticamente un gioco come quello che fa Thom appena risalito col pubblico che lo acclama e lui che si crogiola sul piano soddisfatto da tanto entusiasmo nei suoi confronti. E’ tempo di satira: ancora una volta quella del potere di chi ci comanda raccontata da una malinconica “Sit down, Stand Up”; ma a concludere tutto ci pensa un altro classico, suonato come non mai, cantato da un coro di seimila persone che non dimenticheranno facilmente questa giornata come io non la dimenticherò: si tratta di “Karma Police”…i ragazzi ci salutano sorridenti, il concerto finisce e Ferrara urla tramite le sue seimila voci l’ennesimo “Grazie Thom”. Ma io non mi arrendo e corro sul retro della piazza perché voglio ringraziarlo di persona questo Orfeo che mi ha incantato con la sua voce e le sue parole, e quell’impresa che sembrava disperata si avvera, Thom viene da noi, ci stringe la mano, si fa ringraziare, non come una rockstar ma come una persona, una persona speciale, magica che io come altri mai più scorderemo. Grazie ancora Thom per rappresentare la voce di chi crede ancora nell’arte, in quella non facile, non confezionata, ma ermetica, ricercata, che ha bisogno di attenzione per essere carpita e che forse ancora oggi rimane un vezzo della nostra vecchia e cara Europa.

Salvatore Sannino




Recensione del concerto di Ferrara 12.7.03

Devo aver letto qualcosa del genere; ascoltare i Radiohead è come accarezzare le piume di un cigno…
Il piacere di uscire dolcemente da un sonno profondo;
“Yesterday I woke up sucking a lemon” ( ( Ieri mi sono svegliato succhiando un limone «Everything in its right place»).
A Ferrara, il 12/07, in pieno centro storico, dinnanzi a quella splendida cornice offerta dal Castello degli Estensi, ho assistito al mio secondo concerto dello straordinario quintetto di Oxford.
Sarò anche fuori di testa ma un’esibizione dal vivo così non l’ho mai vista e posso garantire oltre quindici anni di militanza live, in giro per l’Italia e su ogni fronte/genere musicale. Il concetto che ho espresso in apertura di questa mail, viene esaltato ed amplificato quando si assiste ad una esibizione live dei Radiohead. Basterebbe assaggiare mezzo minuto della voce di Thom Yorke per capire cosa intendo. Lui ha il volto sinistro quasi asimmetrico e la sua voce ha quella stessa sinistra asimmetria. Una vocalità ipnotica, affascinante, così melodica e così capace di spingersi oltre ogni limite. Altrettanto affascinate è il loro rock subliminale perchè apre sconfinate vertigini all’immaginazione. A tratti triste, fino all’ esasperazione, eppure fa venire i brividi, a tratti euforico e vi assicuro che si resta conquistati dai voli improvvisi, dalla capacità di mutare sentimento in pochi istanti.
Qualcuno durante il concerto in un attimo di silenzio ha urlato “Thom sei un cazzo di genio!!!” innescando un boato di approvazione generale.
Avevo già apprezzato i loro ultimi due dischi “Kid A” e “Amnesiac” ma dopo averli assaporati dal vivo dovrò rivalutarli completamente. Per quanto riguarda l’ultimissimo lavoro posso dire soltanto una cosa: STREPITOSO !!
Avreste dovuto ascoltare il brano “Wolf at the door” per capire cosa è in grado di fare Thom Yorke. Non immaginate neanche..
I brani storici dei Radiohead, rimangono soltanto una piccola splendida cornice; “Fake Plastic Trees”, “Paranoid Android”, “The Bends” e come chiusura della setlist “Karma Police”, come a dire andiamo avanti per sbalordire addormentandoci con lo sguardo romantico del passato. Giusto così: Thom, Jonny e gli altri devono espimere tutto il loro talento musicale, anche a rischio di ridicolizzare l’intero panorama musicale.
Insomma…E’ stato veramente bello, indimenticabile, intenso, passionale, viscerale, (potrei andare avanti delle ore)…Grandissimo!
Ora mi rimangono i ricordi, qualche foto, questa mail ed i dischi dei Radiohead che con “The Bends” mi sono entrati in casa nel ‘95 e da quella volta non sono più riuscito a liberarmene ed ora li considero una specie di colonna sonora della mia vita e di tutto ciò che ho, la prospettiva attraverso la quale osservare le cose e le persone. Ho esagerato? No, non credo.
Una precisazione finale: questa volta sono riuscito a portare con me mia moglie Raffaella, la quale pur non essendo come il sottoscritto (invasato o semplicemente appassionato) e nonostante le due ore abbondanti trascorse in piedi al caldo e nella calca, si è entusiasmata oltre ogni mia previsione. Questo forse la dice lunga..

Andrea Astengo